Perchè il capitano della Nazionale azzurra dovrebbe essere Leonardo Ghiraldini

anthony   2014-07-11   Comments Off on Perchè il capitano della Nazionale azzurra dovrebbe essere Leonardo Ghiraldini

Fra i molti e sempre più evidenti problemi della Nazionale azzurra, ce ne è uno di cui si è discusso davvero poco. Forse perché l’attenzione si è concentrata soprattutto sulla “crisi di sistema” del movimento (gli eterni temi del reclutamento, della formazione, delle Accademie), visto anche che il nostro rugby sembra vivere nella condizione di una perpetua campagna elettorale. Se l’Italia della pallone conta 56 milioni di ct, nel suo piccolo l’Italia dell’ovale annovera piuttosto ampie schiere di aspiranti presidenti federali.

leo ghiraldini

Leonardo Ghiraldini in maglia azzurra

La questione è il capitano. Già da tempo molti segnali dicono che sarebbe il momento di cambiare, per il bene della squadra e forse anche per il bene stesso di Sergio Parisse: qualche volta venire sgravato da una responsabilità può aiutare un giocatore ad esprimersi al meglio. Logica vorrebbe che il ruolo fosse assegnato finalmente a Leonardo Ghiraldini. Un’investitura attesa da tempo, ma finora sempre rinviata dall’allenatoreJacques Brunel.

Riassunto delle puntate precedenti. Parisse viene nominato capitano dell’Italia nel Sei Nazioni 2008 daNick Mallett. Al suo arrivo Brunel – che nelle scelte ha dimostrato sempre enorme equilibrio, quasi conservatorismo – conferma il capitanato senza esitazione. Dal 2008 al 2014 Parisse è lo skipper azzurro in tutte le 57 partite che disputa (record 12-45, 8 mete e un drop a Murrayfield nel 2009).

Quando il numero 8 di La Plata viene squalificato per la presunta offesa all’arbitro Laurent Cardona, durante il Sei Nazioni 2013 a sorpresa i galloni vengono assegnati a Martin Castrogiovanni, di fatto considerato il vice di Parisse sotto Brunel. Il pilone di Paranà guida tre volte gli azzurri in assenza del titolare nel ruolo, il 15 e il 23 giugno 2012 nel tour americano (due successi su Stati Uniti e Canada) e il 23 febbraio 2013 contro il Galles a Roma (cartellino giallo).

Nel trittico dello scorso novembre fa storcere il naso qualche atteggiamento di Parisse non proprio in sintonia con il “leading by example”. Il reverse pass, che pure è nel repertorio tecnico del capitano, può sembrare leziosità, narcisismo, se praticato in un momento non opportuno. Lo stesso si può dire di una terza linea che sceglie di calciare. Parisse appare nervoso e svogliato,  ed è comunque tutta l’Italia a dimostrarsi sempre più opaca. Il terza linea intanto resta saldamente capitano dello Stade Français e viene indicato nella shortlist di Giocatore dell’anno IRB.

Nell’ultimo Sei Nazioni, mentre la Nazionale rimane in un tunnel che sembra senza uscita, contro l’Irlanda Parisse viene lasciato precauzionalmente riposare per i dolori alla schiera. Brunel ignora ancora Ghiraldini e decide ancora a sorpresa di restituire il capitanato a Marco Bortolami, che pure aveva perduto la fascia durante i Mondiali francesi del 2007 in circostanze piuttosto controverse, conAlessandro Troncon a guidare gli azzurri nel match decisivo di Saint-Étienne contro la Scozia. Irlanda-Italia termina 46-7. Parisse torna infine nel ruolo in occasione del match di chiusura contro l’Inghilterra (11-52).

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Sergio Parisse, 57 partite da capitano dell’Italia

Concluso il torneo, di «problema di leadership»arriva a parlare apertamente anche il presidente federale Alfredo Gavazzi, lasciando capire di avere concordato con Brunel un cambio della guardia che verrà sperimentato già nel tour di giugno, complice anche il periodo di riposo concesso a Parisse. «Non sappiamo gestire le situazioni delicate, negli arrivi punto a punto finiamo per perdere», afferma Gavazzi nella conferenza-stampa di fine Sei Nazioni, «Parisse ha tanto entusiasmo ma a volte riflette poco, Brunel comunque ha le idee chiare sul da farsi».

Ultima puntata della vicenda. Brunel chiama qualche volto nuovo per il tour azzurro che prevede le sfide contro Samoa, Fiji e Giappone. Inedito anche il capitano, e si tratta dell’ennesima sorpresa da parte del tecnico francese: tocca in questa occasione addirittura ad un atleta equiparato per residenza, Quintin Geldenhuys. Già pioniera nell’utilizzo degli oriundi, l’Italia del rugby infrange così un altro tabù divenendo la prima Nazionale a nominare un capitano senza passaporto del suo paese (c’erano stati già diversi casi in passato, ma nell’ambito del Commonwealth britannico: perfino James Bevan, primo skipper del Galles nel 1881, era australiano…). Fermo restando che non sono qui in discussione il valore e la dedizione del seconda linea di Klerksdorp, sempre ottimo servitore della causa azzurra.

La decisione desta perplessità nello stesso gruppo dell’Italia. «Leo è già uno dei leader della squadra, ci aspettavamo tutti che la fascia sarebbe passata a lui», testimonia, a microfoni spenti, un giocatore del giro della Nazionale, «se fossero i giocatori a scegliere, il capitano sarebbe certamente Ghiraldini». I risultati dell’Italia nel tour del Pacifico sono noti.

Cosa succederà a novembre? Sarà la volta di Ghiraldini oppure ci sarà una nuova sorpresa? Forse i galloni torneranno a Parisse?

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Geldenhuys, l’ultima sorpresa di Brunel

Nulla manca a Ghiraldini in termini di qualità caratteriali, maturità, esperienza, riconoscimento internazionale. E al di là delle dinamiche interne del gruppo e della loro gestione, crediamo sarebbe giusto che la Nazionale tornasse ad avere un capitano italiano fino in fondo, anche e soprattutto come un segnale rivolto all’intero rugby di base.

Oggi in forza ad uno dei top-club europei, Ghiraldini è cresciuto nel Petrarca Padova, è maturato nelCalvisano e ha infine compiuto un ulteriore salto di qualità nel Benetton Treviso negli anni del Pro12.

Niente di male che a vestire la maglia azzurra siano giocatori di ogni latitudine – è il rugby globale, bellezza – ma ogni ragazzino italiano che si impegna in una squadra giovanile deve potersi identificare in un cammino sportivo che assomigli a quello di Ghiraldini, tutto interno al movimento e con un eventuale sbocco finale in una grande realtà estera. Ed ogni club che fa formazione dovrebbe avere un riferimento come il giocatore padovano sulla cima assoluta della piramide (il capitano della Nazionale), tanto più ora che il progetto federale delle 53 Accademie dall’under 20 all’under 16 esautora di fatto le società dal compito di costruire l’atleta di massimo livello.

Avere un capitano italiano fino in fondo gioverebbe al nostro rugby anche quanto a credibilità internazionale, già scarsetta ed attualmente certo non in crescita. C’è infine un problema di identità di squadra, di senso di appartenenza. L’avvento del professionismo ne ha cambiato i contorni ma non ha certo fatto tramontare il significato della maglia. Essere nato e cresciuto nel paese che si rappresenta non è diverso dal servire la causa per dovere di contratto, pur essendo i più leali professionisti al mondo? Tutti abbiamo presente il volto trasfigurato dei giocatori del Galles al momento dell’inno, di fronte al pubblico di Cardiff. Sicuri che, oltre a muscoli, skills e tattica, nel rugby di oggi non conti ancora quel “fuoco dentro”?