Il rugby con il sorriso di Brendan Williams. Vita e mete di Dingo, uno davvero speciale

C’è una foto che di Brendan Williams racconta tutto. Si tratta di un’immagine fissata dall’obiettivo sempre attento di Elena Barbini, in cui il giocatore australiano è colto nell’attimo del “volo” in area, giusto una frazione di secondo prima di far toccare terra al pallone (aplatir, dicono i francesi) e di firmare così la meta.

Un gesto tipico del rugby di oggi, spesso ripreso nei media per l’appeal del volto del giocatore che al momento di segnare esprime esaltazione, liberazione, lo scarico di adrenalina che diventa quasi rabbia.

“Dingo” invece ride. Già, ride: ha proprio un sorriso di gioia stampato sul volto, il sorriso di chi fugge volando da questo pazzo mondo, rapito dalla felicità della meta magari solo per un attimo.

Se Brendan Williams è stato speciale, lo è stato anche per questa capacità di farsi sempre una risata, perfino in campo. Una volta in una partita, mentre la tensione era intensa fra protagonisti e spettatori, corse a recuperare al volo un calcio di allontanamento poco oltre la rimessa laterale, ben dentro i nostri 22. Gli avversari si erano precipitati tutto attorno all’unico compagno, quando Dingo fece per battere la “veloce”. Un brivido corse fra i tifosi di Monigo. L’attenzione di avversari e compagni si accese allarmata. Ma Dingo finse di battere la touche, poi poggiò l’ovale e tornò a riprendere posizione ridendosela con gusto, come pensando: ci siete proprio cascati tutti.

Mentre nello sport professionistico interessi e pressioni crescono ogni giorno, non ha mai perduto la spontaneità, l’innocenza, la spensieratezza contagiosa del bambino che gioca. «Per me il rugby è sempre stato un grande piacere, just play and have fun», ha raccontato, «ed è bello che attraverso il rugby si riesca a trasmettere un po’ di gioia anche al pubblico, che in fin dei conti viene allo stadio per divertirsi».

Brendan Williams, che il prossimo 21 maggio compirà 36 anni, ha disputato lo scorso 2 maggio la sua ultima partita a Treviso dopo dodici stagioni e dopo 250 presenze in maglia biancoverde e un numero straordinario di mete, 125 (104 in campionato, 8 nel Pro12, 13 in Heineken Cup). E’ stato forse il più talentuoso giocatore sui campi italiani negli anni Duemila e senza dubbio il migliore attaccante, dopo che l’avvento del professionismo ha privato i nostri club della possibilità di ingaggiare le superstar mondiali. Fu la stessa dimensione “pro”, che non tollerava più notti brave e assenze ingiustificate dagli allenamenti, a spingere l’australiano daSydney a Padova, intermediario il solitoVittorio Munari.

Era il 1999 e Williams, altrimenti lanciato verso una carriera di altissimo livello fraRandwick e Waratahs, si dimostrò subito un marziano segnando 22 mete in 19 partite nella prima stagione italiana (il titolo di metamen italiano sarà suo altre 6 volte, dal 2003 al 2008). Nelle migliori condizioni fisiche e in particolare sui campi asciutti, con le sue gambe di poco più che ventenne Dingo era allora semplicemente imprendibile, nonostante le “gabbie” congegnate di volta in volta dagli allenatori avversari.

Fu la prima scelta del Benetton, come era scontato, quando Munari divenne il direttore generale del club biancoverde nel 2002. E fu amore a prima vista per il pubblico di Treviso, che dai tempi di “Pierrot” Villepreux adorava veder correre la palla e aveva sempre apprezzato i trequarti intraprendenti e un po’ anarchici, dai Francescato a Marchetto, dai Dotto (prima Cesco, anni dopo Piero) a Zorzi. Non gli fu assegnato un soprannome, perché ce l’aveva già e “Dingo” sembrava perfetto. Nel rimando al cane delle praterie australiano c’erano certi tratti che Brendan Williams trasmetteva: l’istinto quasi animale per la meta, la fame di correre gli spazi aperti, perfino una esplosiva fibra muscolare tutta nervi.

Eppure il Dingo delle praterie non c’entrava nulla (al Randwick, tra l’altro, lo chiamavano per la velocità “whippet”, levriero). «E’ un soprannome che mi porto dietro da quando avevo quindici o sedici anni e che viene da un attore aborigeno molto famoso, Ernie Dingo», ha spiegato. E qui siamo alla storia di Brendan Williams, al suo mondo. Di recente ne ha fatto oggetto di una puntata anche un popolare programma della tivù dei nativi australiani NITV, “Away from country”. Brendan Williams cresce nella comunità aborigena a Redfern, uno dei quartieri più disagiati di Sydney. Una giovinezza lontana dalle comodità, segnata per di più dalla perdita di un fratello. «Per tutti a Sydney “the block”, cioè l’area di Redfern, significa criminalità, droga, guai, ma troppo spesso la gente giudica senza sapere, senza conoscere la realtà e i problemi degli aborigeni. Da ragazzo c’era per me tanto sport, come per ogni australiano. Ho praticato l’Aussie Rules, pugilato, soprattutto tanto league nella lega di Sydney dove giocava anche Craig Gower (classe 1978 come Brendan Williams, ndr). Al rugby union sono arrivato tardi, solamente a sedici anni. Poi al Randwick furono sia David Campese che Michael Cheika a parlarmi bene del vostro paese e a consigliarmi Padova».

La seconda vita di Brendan Williams, quella italiana, dura quindici anni e viene spesa in gran parte a Treviso. Quante volte Dingo è volato in meta, facendo volare di emozione i tifosi biancoverdi. E quante volte ha fatto segnare gli altri, con la sua abilità ad aprire corridoi e sbilanciare le difese. Elettrica la sua finta, bruciante la sua accelerazione. Una specialità le sue mete su intercetto, come questa a danni dell’ex Viadana Sonny Parker in un Benetton-Ospreys di Heineken Cup, il 13 dicembre 2008.

Altrettanto memorabili le sue giornate-no, assolute quanto gli acuti (quanto alle finali, ad esempio, si passa dalle tre mete al Calvisano nel 2004 all’inguardabile prova del 2010). Brendan Williams diventava in quei casi non solo uno che sbaglia, ma quello che può combinarti la frittata clamorosa e irrimediabile da un momento all’altro. «Ma lui è così, Dingo è Dingo», vi diranno a Treviso, dove i suoi amici non si contano. Geniale e imprevedibile fino in fondo. Non Pelè, ma Garrincha.

Fin dall’estate dell’accesso alla Celtic League la sua conferma in maglia biancoverde era stata messa in dubbio. Allora aveva 32 anni e qualcosa del suo smalto migliore era già andato perduto, soprattutto c’era un limite fissato dalla Fir di soli cinque stranieri in rosa. Alla fine di ogni stagione era dato per partente, invece ha completato il quadriennio trevigiano di Pro12 risultando forse non incisivo come nel pieno della freschezza atletica ma certe volte ancora in grado di trovare guizzi spettacolari fra i difensori (è successo anche in questa difficilissima stagione, come quando ha ispirato questa meta aLudo Nitoglia contro il Leinster: video). Al Benetton ha dato qualcosa fino all’ultimo, impegnandosi anche come allenatore dell’under8 fra bambini che lo adorano.

brendan piccolo

Dal club biancoverde Brendan Williams ha ricevuto molto di più di quanto si possa immaginare nella dimensione – spesso spietata e produttivista – del rugby professionistico. L’attenzione e la comprensione verso un figlio adottivo, per il quale è stato tracciato un sentiero da percorrere. Forza del rugby e dei suoi uomini. Risuona, in questo rapporto fra dirigenti e atleti, la grande lezione di Memo Geremia: si può perdere, ma non nella vita.«Il Benetton è la mia famiglia, la mia casa», diceva in tutta la sua semplicità Dingo presentandosi per l’ultima volta di fronte ai giornalisti dopo Benetton-Glasgow.

Ora Brendan Williams ritornerà in Australia. Insegnerà rugby ai bambini grazie all’interessamento diGlen Ella, anche lui un aborigeno, l’allenatore che lo volle nel 2006 ai Commonwealth Games in una rappresentativa seven dei Wallabies che comprendeva gente come Tuqiri, Giteau e Latham (per le norme di allora con quella presenza Dingo si giocò l’eleggibilità per la maglia azzurra). Con lui, un metro e settanta e meno di ottanta chili, un po’ il nostro Shane Williams, se ne va un altro pezzo del rugby in cui i fisicacci e le masse muscolari potevano essere beffati dal talento e da un gioco di gambe. E 100 e passa mete per una sola maglia forse non le segnerà più nessuno. Ci mancherà, Dingo e quel rugby.

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