Il significato dal latino di “meta” e la traduzione imperfetta di “in avanti” (più varie altre divagazioni sul lessico italiano del rugby)

anthony   2014-03-22   Comments Off on Il significato dal latino di “meta” e la traduzione imperfetta di “in avanti” (più varie altre divagazioni sul lessico italiano del rugby)

A chi prova a raccontarlo il rugby pone continuamente domande. Il lessico italiano del nostro sport, infatti, presenta spesso imperfezioni e ambiguità, oltre a neologismi, oscillazioni di senso, gustosi prestiti dialettali, come è tipico di ogni vocabolario gergale. Una lingua che naturalmente si è evoluta nel tempo e che continua a farlo, tanto più nella centrifuga – anche culturale – del moderno rugby globalizzato.

Ci ha messo molto del suo anche la televisione, nello sforzo di approcciare il grande pubblico. La coppia Munari-Gaetaniello ai Mondiali del 1995 ruppe con la tradizione delle cronache alla Paolo Rosi, rarefatte e controllate, molto british, per inaugurare quello stile esuberante che ha introdotto nel linguaggio comune fantasiose novità come “grillotalpa” e “cassaforte”.

«Rugby? Ah sì, quello del film di Bud Spencer».

«Rugby? Ah sì, quello del film di Bud Spencer». Non è passato molto tempo…

Non può essere sottovalutato il ruolo di promozione del rugby di affabulatori come oggi il tandem Munari-Raimondi, il corrispettivo di ciò che sono stati in passatoRino Tommasi e Gianni Clerici per il tennis o Dan Peterson (ma personalmente ancor più l’immenso Sergio Tavčar) per il basket. In fin dei conti non è passato molto tempo da quando il grande pubblico immaginava che il nostro sport fosse quello pseudo football americano inscenato da Bud Spencer in “Lo chiamavano bulldozer”.

E’ divertente, a distanza di quasi un secolo, osservare come l’essenziale terminologia del gioco fossa stata tradotta – evidentemente dall’inglese, senza la mediazione del francese – in uno dei primi manuali apparsi in Italia, quello pubblicato nel 1928 dall’editore Vitagliano (titolo, molto semplicemente, “Il rugby“). Vi si parlava di “linea dell’obbiettivo“ e di “linea di toccata“. E la meta veniva denominata “prova”, letteralmente (“try”, “essai”, anche in romeno “eseu”).

manuale 1928

Primi incerti tentativi di tradurre il lessico inglese del nostro sport

Ma le nebbie linguistiche si erano piuttosto diradate già nel 1951, quando Armando Boscolo-Anzoletti ridava alle stampe un testo apparso fugacemente in prima edizione nel 1942. Il manuale, edito da Sperling & Kupfer e chiamato nuovamente “Il rugby”, offre ben 9 pagine di vocabolario, dimostrando come allora gran parte del lessico italiano della palla ovale fosse ormai fissato.

Si tratta delle dizioni con cui si parlerà del nostro sport fino agli anni Novanta, e cioè una terminologia derivata non dall’inglese degli inventori del gioco ma principalmente dal francese. Come dimostrano, ad esempio, i ruoli di pilone e tallonatore (“pilier”, “talonneur”, lontano da “prop” e soprattutto da “hooker”, colui che aggancia, che uncina, e che vuol dire anche una signorina poco per bene), cioè la prima linea come il francese “première ligne” (e non l’affascinante “front row”, che è come se i tre ceffi te li vedessi opposti al momento dell’ingaggio, mentre le terze stanno dietro, “back row”). Solo negli ultimi trent’anni l’inglese ha cominciato ad entrare prepotentemente nel nostro lessico. Per una vita si è detto “terza linea ala” o “terza ala”, dal francese, mentre il flanker è storia relativamente recente. E molti ricorderanno che una volta spesso si parlava dell’estremo come di arrière

Uno sguardo più da vicino al vocabolario italiano rivela alcune incertezze ma anche qualche scambio linguistico ottimamente riuscito. Il caso emblematico è “meta”: alla fine non è questa la destinazione di tutta quella fantastica trip che è il rugby? «Nel mondo romano metae sono mucchietti di terra che segnano l’inizio delle curve nei circuiti delle bighe, divenuti più tardi delle colonnine», spiega Giandomenico Mazzocato, latinista e appassionato cronista della palla ovale trevigiana, «è il segnale quindi di un obiettivo da raggiungere. Credo che negli anni del fascismo qualche dotto traduttore scelse questa parola con una visione già avanzata del rugby, superando cioè “try” o “essai”. Lì il significato era di “prova” perché la meta dava diritto a provare la trasformazione, considerato che in origine la segnatura principale era attraverso il calcio. La parola italiana anticipa la futura e sempre crescente importanza della meta rispetto ai calci nel punteggio del rugby». Probabile anche che prima sia nata la traduzione di “linea di meta” (“goal line” in inglese), e da qui di conseguenza il modo di indicare la segnatura.

prova

La meta viene chiamata “prova” nel manuale del 1928

Ma meta rimanda anche a “meta tecnica”, che si spiega solo nel senso del fallo “tecnico” del basket. Adottata in italiano chissà perché, è una pessima definizione. Sarebbe ora di coordinarci e di ridefinire la cosa come “meta di penalità”. L’altro clamoroso lost-in-translation del nostro vocabolario riguarda il fallo che chiamiamo “in avanti”. Imbarazzo per chi scrive. Perché abbiamo fatto di due penalità una sola. In inglese la differenza è netta: altro è un “forward pass”, altro un “knock on”. Più sottile in francese, da cui abbiamo evidentemente preso: “en-avant” e “passe en avant”. Se scrivo che X ha fatto un in avanti, voglio dire che ha le mani-di-puina e la palla gli è sbrissata per terra, oppure che ha lanciato l’ovale verso un compagno contravvenendo al grande principio del gioco?

Altre italiche invenzioni degne di nota. Bello bello il “carrettino”, evento di non scarsa rilevanza (ieri più di oggi), non so bene se ci sia un corrispettivo in inglese e francese. Bella “la furba” per la rimessa laterale giocata sul primo uomo e non lanciata in aria (idem, non so in inglese e francese).

pivetta

Giancarlo Pivetta (qui con Lupini e Rossi) diede il nome alla maul avanzante

Ma ancora più saporite un paio di trasposizioni che in Veneto sono state piuttosto popolari qualche anno fa. Parliamo della maul (già, la maul o il maul?).

Quello che è il maul avanzante, e che in Francia ha il nome affascinante e un po’ pornografico di groupé pénétrante, per molti anni sui campi della regione veniva detto “la Pivetta”. Perché maestri di questo gesto erano ilSan Donà e Giancarlo Pivetta, autore di numerosissime mete quando i giocatori di prima linea toccavano con le mani ancora solo un paio di palloni a partita.

E invece la rolling maul era stata italianizzata come “la gira”. In un certo momento divenne la specialità del Rovigo. E quando i rossoblù si legavano e cominciava la prova di forza con gli avversari, il pubblico del Battaglini attaccava il coro «gi-ra! gi-ra! gi-ra!»…