Fra Cinque e Sei Nazioni, da Winterbottom a Campagnaro. Il diario di un appassionato nel torneo più antico del mondo

anthony   2014-02-08   Comments Off on Fra Cinque e Sei Nazioni, da Winterbottom a Campagnaro. Il diario di un appassionato nel torneo più antico del mondo

Ero un bambino e ormai fuori aveva fatto scuro. Attorno al tavolo le sedie erano rivolte verso il televisore. Gli adulti guardavano le immagini alla tivù con una certa concentrazione, quasi con avidità. Sul tavolo le briciole del pan biscotto e un tagliere di legno con quel che restava di un salame, gli spessi bicchieri delle ombre con il loro alone violaceo sul fondo, le cichere del caffè.

Peter Winterbottom

Peter Winterbottom nel Cinque Nazioni contro la Scozia

C’era il piacere del tempo trascorso fra i grandi, in quei pomeriggi di sabato nel tinello degli amici dei miei. Quello che davano alla televisione, lo sapevo, era il rugby (oggi so anche che era il Cinque Nazioni). Mi colpivano i colori delle magliette, così netti e intensi: rosso, verde, bianco, blu. Come ogni bambino italiano, la mia iniziazione con lo sport era passata per il calcio, anzi il pallone, giocato giù in strada. E le maglie delle grandi squadre della serie A erano invece tutte a strisce, e bicolore era anche la Mestrina, arancionera.

Mi colpivano soprattutto i nomi dei giocatori, che il telecronista pronunciava facendoli precedere e seguire da lunghi silenzi (oggi so che quella voce era di Paolo Rosi). «… ed ecco Winterbottom …», «… calcia Camberaberò …», «… Jean-Pierre Rivesl’angelo biondo …». Erano nomi salgariani, che evocavano qualcosa di esotico. Che dire dei «fratelli Underwood, Tony e Rory, piloti della Raf»? Un sapore di avventura che mai avrebbe potuto regalare il pallone ed i suoi protagonisti, nient’altro che… calciatori.

Didier Camberabero

Il francese Didier Camberabero

Era un mondo lontano ed estraneo. Niente a che vedere con il pallone giù in strada, con le nostre “cose sportive”: Bettega e la Juve, le figurine, le bici, le biglie con dentro la foto dei corridori del giro d’Italia. Niente a che vedere, in fin dei conti, con il rugby che qualche volta si andava a vedere la domenica, quello giocato dagli amici dei miei, da Bepi, Paolino e “Stampina”, in un campo abbondante di fango, con la tribunetta da un solo lato popolata appena da pochi veci e qualche morosa, contro avversari come l’Oderzo, il Montebelluna e pure il temibile Castelfranco.

Winterbottom, Camberabero, l’Angelo Biondo, i fratelli Underwood piloti-della-Raf. Nomi da film di guerra o da fumetto di Hugo Pratt. Allo stesso modo in cui Yanez De Gomera ispirava pensieri di covi di pirati e tesori nascosti, così quei nomi facevano sognare un altrove sconosciuto e affascinante. Ora so che la magia del Cinque Nazioni durava già da quasi un secolo e che non ero l’unico a caderne soggiogato.

In età adulta, diversi anni dopo, ormai letalmente contagiato dal morbo del rugby, seguivo con passione l’epica ascesa della Nazionale di Georges Coste. La notizia dell’ingresso dell’Italia nel torneo venne accolta – e pour cause! – come una svolta storica. Riuscii ad acchiappare l’ultimissima coda di quella tradizione antica. 6 marzo 1999, Stade de France. Rossi a casa dei blu. Pazzesca e bellissima partita come possono esserle solo quelle alle quali partecipano gli schizofrenici “galletti”. Persa, vinta, persa, vinta dalla Francia, alla fine persa 33-34. Attorno al caminetto racconterò ai nipotini di averla vista anch’io una partita del Cinque Nazioni, e che partita. Racconterò di Émile ‘Ntamack, la “pantera nera”. E di Neil Jenkins, e-recie-come-do-pignatte, ma che piede.

tronky6nazioni

Contro la Francia Troncon, Checchinato, Paoletti, Dominguez: alcuni dei protagonisti dei primi Sei Nazioni azzurri

E’ nel 2000, con anglosassone pragmatismo, che il torneo si trasformò nelSei Nazioni, diventando da mondo di avventura improvvisamente un’esperienza vicina e familiare. Eppure, in modo inesorabile almeno fino al 2007, la presenza dell’Italia sembrava sempre accompagnata da un senso come di inadeguatezza e di inferiorità. Non solo o non tanto per le rare vittorie degli azzurri. Quella sensazione di non essere all’altezza si ricavava piuttosto da altri particolari. Nello spettacolo del pubblico al Flaminio, per esempio. Ricordo certe partite con ampi spazi vuoti sulle tribune e un’atmosfera terribilmente priva di affetto, di passione, di vibrazioni. E peggio ancora l’umiliante constatazione che dentro allo stadio romano erano più i tifosi ospiti di quelli italiani, come nel 2005 con quei gallesi che non la smettevano di cantare in un Flaminio tinto di rosso mentre un’Italia dimenticabile veniva massacrata impietosamente da Gavin Henson e compagni.

Si avvertiva un’inadeguatezza anche nel presentarsi in campo con una Nazionale piena zeppa di stranieri, proprio in un torneo in cui era così marcato l’orgoglio di protagonisti e tifosi nell’identificarsi nel proprio paese e in rivalità radicate in vicende storiche e politiche, oltre che sportive. Era ingenuamente che si perdeva: 2002, Luca Martin che si fa intercettare da Townsend quando gli azzurri erano protesi nello sforzo offensivo e potevano ancora battere la Scozia. E parevano inutili anche le più esaltanti imprese personali, al netto del risultato finale: la cavalcata di Mauro Bergamasco a Murrayfield nel 2001 resta da tifoso il ricordo più brillante dei primi Sei Nazioni, però si perse 23-19. Ed era un po’ goffamente che si vinceva (quando si vinceva): contro i soliti scozzesi nel 2004 “Yuri” Ongaro schiacciò l’ovale in meta con la testa, non so se mai fosse successo.

Quel che l’Italia ci metteva era qualcos’altro. La dolce vita della capitale, il sole rosso che tramonta dietro la collina di Villa Glori (non vorrei sbagliarmi ma non è mai piovuto sopra al Flaminio), le tavolate nelle taverne romane. Che per stile e bellezza gli altri – francesi esclusi – potessero solo invidiarci fu chiaro nel pre-partita dell’esordio assoluto nel Sei Nazioni, nel 2000. In ossequio all’ufficialità del momento gli scozzesi fecero scendere in campo la loro regina Anna, noi la ministra allora neanche quarantenne Giovanna Melandri. C’è paragone? Potevano anche continuare a chiamarlo “Cinque Nazioni e Mezzo”, come facevano tra di loro, ma intanto i giornalisti anglosassoni facevano la coda per venire a spendere un weekend romano nel mezzo dell’uggioso inverno oltremanica.

La ministra Melandri e la regina Anna di Scozia

La ministra Melandri e la regina Anna di Scozia

Prima dell’inizio del torneo c’era stato il tentativo di fare di Padova la sede degli incontri casalinghi della Nazionale. Eppure non ringrazierò mai abbastanza gli dei della palla ovale per avere mosso il destino verso la scelta daa capitale. Il Sei Nazioni ha voluto dire una serie di piacevolissimi weekend a Roma. Se gli Intercity prendevano il nome di personaggi famosi, noi chiamavamo il treno di volta in volta con il nome dei nostri beniamini del rugby. Il Trieste-Roma, che toccava San Donà di Piave, era l’intercity “Giancarlo Pivetta” (e una volta ce lo trovammo pure dentro, il Pivo). Nella stazione daa capitale ci aspettavano i cornetti e i giornali. Non potrò mai dimenticare il 14 febbraio 2004, poco dopo l’alba, in un bar appena fuori della Tiburtina. Dalla tivù la notizia che ci lascia sgomenti della morte di Marco Pantani. L’Italia nel pomeriggio travolta dall’Inghilterra.

Dai primi anni un po’ incerti nel Sei Nazioni molte cose sono cambiate. C’è stato il 2007, la stagione della svolta: le due vittorie nel torneo, la sbornia mediatica, il conseguente decollo nell’interesse del grande pubblico. Talora un certo senso di inadeguatezza torna ad avvertirsi, ma di certo non capita più che gli azzurri escano umiliati dal campo ne’ che a Roma l’Italia giochi in trasferta. Anzi, quello dell’Olimpico è un pubblico canterino, allegro e appassionato che giustamente gli altri sport ci invidiano.

Oggi, finalmente l’Olimpico dipinto di azzurro

Oggi, finalmente l’Olimpico dipinto di azzurro

Personalmente, pur rimanendo convinto che il rugby vada vissuto allo stadio come il rock, ho riscoperto il piacere di vedere le partite alla televisione dell’osteria, che è poi una specie di quella sala da pranzo di Winterbottom Camberaberò i fratelli Underwood piloti-della-Raf, solo un po’ più grande e con un po’ più di gente.

E con la consacrazione di Michele Campagnaro idealmente il cerchio si chiude. Non potrei immaginare un altro cognome che sa così tanto di Veneto, di terra, di fango, e appunto di campagna, di fatica; tutto ciò che è il rugby per me. «… Campagnaro …», chissà come suonerebbe con la voce di Rosi o del leggendario Bill McLaren, che si sente anche nel video della meta di Mauro Bergamasco a Murrayfield. Campagnaro. Potrebbe essere tranquillamente il cognome di un qualsiasi Oderzo-Villorba, e invece è proprio il Sei Nazioni. Michele Campagnaro: magari ad un ragazzetto di Carmarthen o di Galashiels suona pure un po’ come il personaggio di un romanzo d’avventure.