L’ascesa di Marius Mitrea, l’arbitro che l’Irlanda ci voleva scippare. «Lavorare sempre più per crescere, Joubert il mio modello»

anthony   2013-11-27   Comments Off on L’ascesa di Marius Mitrea, l’arbitro che l’Irlanda ci voleva scippare. «Lavorare sempre più per crescere, Joubert il mio modello»

Un gradino dopo l’altro, la scalata di Marius Mitrea verso l’Olimpo arbitrale continua rapida e costante. Sabato scorso è stata la volta di una nuova tappa con l’approdo alla direzione di un test-match internazionale come Stati Uniti-Russia all’Allianz Park di Londra, nell’ambito di una stagione già ricca di soddisfazioni in cui il romeno trevigiano d’adozione ha guadagnato uno stabile ruolo inPro12 ed Heineken Cup e fischiato anche nel Top14 francese in occasione della sfida di cartello fraTolosa e Stade Français.Marius Mitrea

            Marius Mitrea in un match di Challenge Cup

Trentun anni, fluente in cinque lingue (incluso inglese e francese, gli idiomi ufficiali del pianeta ovale), atleta preparato, Mitrea è ormai il numero 1 degli arbitri italiani ed uno dei più promettenti in Europa. Cresciuto a Galaţi, in Romania, si è trasferito dopo la scuola superiore in Italia, ricongiungendosi alla famiglia a Paese, otto chilometri da Treviso. Dopo un’esperienza da estremo con i locali Canguri rossoblù, nel 2007 frequenta un corso di arbitri e scopre la “vocazione”. Protagonista di una carriera-lampo, a sole sei stagioni dall’esordio in un Casale-Cus Padova under 15 si ritrova a dirigere match internazionali.

RP. Come è andato dunque il suo primo test-match, sabato scorso?

MM.«Una partita molto piacevole, anche relativamente facile da arbitrare perché si giocava sul terreno sintetico dei Saracens. Perciò niente fango e poche fasi a terra, Stati Uniti e Russia hanno pensato soprattutto a muovere la palla, giocando in modo disciplinato e ad un buon ritmo. Mi sono divertito. Tutta un’altra storia a Tolosa, in una partita giocata molto con gli avanti, dura e nervosa, con campioni che cercano di dominare l’avversario e magari anche l’arbitro».

RP. Lei continua a bruciare le tappe. Forse non dobbiamo più considerarla come un “emergente”…

MM. «La mia carriera è stata piuttosto veloce, finora. Ma non mi sento come qualcuno che è arrivato, anzi so bene che basta una partita storta per costringerti a ricominciare tutto da capo. Bisogna lavorare molto per crescere e migliorarsi, e più si alza il livello maggiore è l’impegno richiesto. Ho un contratto da semi-professionista con la Fir ma tutto sarebbe più difficile se la ditta per la quale lavoro, la Savitransport, non mi avesse aiutato così tanto, permettendomi di avere permessi anche per designazioni dell’ultima ora. Per arbitrare alla velocità del rugby professionistico attuale è indispensabile una buona preparazione atletica, inoltre bisogna studiare, fare analisi video, aggiornarsi, confrontarsi in riunioni. Mi alleno almeno un paio d’ore ogni giorno. Poi è importante anche utilizzare al meglio il tempo del riposo, perché stress e tensioni fanno parte del mestiere e bisogna sapere gestirli al meglio».

RP. E’ vero che la Union irlandese ha cercato di ingaggiarla?

MM. «C’è stata una proposta, non so quanto concreta. Mi chiedevano di trasferirmi in Irlanda per una o due stagioni, provando da lì la scalata al livello più alto della classe arbitrale. Ma ho rifiutato senza pensarci un attimo. Sarebbe stata una scelta di vita, credo invece sia meglio mantenere interessi anche al di fuori del rugby. Secondo gli irlandesi, il loro peso “politico” sarebbe stato utile per la mia carriera».

RP. Effettivamente le Union tradizionali continuano ad avere un certo strapotere nel mondo arbitrale…

MM. «Probabilmente è così. Ma in Italia ci sono ottimi arbitri, che nel Pro12 sono certamente alla pari degli altri».

RP. Qual è il suo modello di arbitro?

MM. «Craig Joubert, il tipo di arbitro che non si fa notare, a differenza ad esempio di Steve Walsh eNigel Owens che sono bravissimi ma un po’ protagonisti. Un altro esempio per me è Alain Rolland. Cerco in ogni caso di interpretare il ruolo con un’impronta personale, cercando una giusta via tra il fiscale e l’esuberante. E’ importante sapersi adattare alle partite, comprendere quale atteggiamento richiede la situazione. Ed anche in un certo senso non essere troppo prevedibili, perché ormai gli arbitri vengono studiati con molta attenzione».

RP. Qual è la situazione di gioco oggi più difficile da arbitrare?

MM. «La risposta che probabilmente tutti immaginano è la mischia, ma in realtà la mischia è solo la fase che mette più pressione dal pubblico perché si svolge a gioco fermo e concentra l’attenzione di tutti. La situazione più difficile da arbitrare sono invece i punti di incontro: se ne svolgono anche 150-200 a partita, contro una ventina di mischia, ed è lì che è necessaria la maggiore prontezza decisionale. Tanto più che le direttive IRB indicano che il breakdown si dovrebbe consumare in meno di tre secondi… »

RP. Qual è la sua opinione sul TMO? Non trova che lo strumento stia deresponsabilizzando un po’ troppo l’arbitro?

MM. «Si tratta di un’arma a doppio taglio. Da una parte il TMO è utilissimo e aiuta a commettere meno errori, dall’altra se usata troppo rischia di essere un tormento per il pubblico, come abbiamo visto in Italia-Fiji, e rischia di sembrare qualcosa che permette all’arbitro di scaricarsi delle proprie responsabilità. C’è da considerare inoltre che le immagini televisive non sempre dirimono i dubbi, ad esempio è molto difficile capire qualcosa sui passaggi in avanti dall’angolazione delle telecamere. Personalmente cerco di ricorrere al TMO il meno possibile. Per Stati Uniti-Russia non ce l’avevo disponibile e non ne ho sentito la mancanza, ma è chiaro che gli interessi in gioco erano in questo caso modesti. Trovo comunque che il TMO sia particolarmente utile, oltre che sulle mete, per giudicare i falli di antigioco. Con una chiamata durante All Blacks-Sud Africa Romain Poite si sarebbe risparmiato settimane di polemiche per il famoso giallo a Bismarck Du Plessis…»

Marius Mitrea arbitro a Monigo in Benetton-Bangor

Marius Mitrea arbitro a Monigo in Benetton-Bangor (foto Marco Sartori)

RP. Cosa ha da insegnare il rugby agli altri sport in termini di arbitraggio?

MM. «Il marchio di fabbrica del rugby resta l’atteggiamento di rispetto verso l’arbitro e le sue decisioni da parte dei giocatori. Il professionismo mette un po’ a rischio questa etica ed è inevitabile, visti gli interessi e le pressioni, che a volte l’arbitro diventi il capro espiatorio per le sconfitte. Ma l’IRB ci sostiene e tutti sanno che certe proteste tipo calcio potrebbero costare punizioni esemplare. L’atteggiamento di rispetto da parte dei giocatori continua ad esserci ed è un buon esempio anche per il pubblico. Un po’ però ci stiamo “calcizzando”. Ho sentito, ad esempio, che il pubblico di Monigo non è stato proprio esemplare l’ultima domenica».

RP. Guardi, Neil Paterson ci ha davvero messo molto del suo.

MM. «Facciamo attenzione ad una cosa. Il Leinster ha un videoanalista che si occupa esclusivamente di studiare l’arbitro: in campo sanno perfettamente cosa possono fare e cosa no. I grandi club irlandesi in questo sono davvero i migliori».

RP. Qual è ora il suo obiettivo personale? Punta ai Mondiali 2015?

MM. «I Mondiali sono il sogno di tutti ma credo che i prossimi, fra soli due anni, siano un obiettivo irraggiungibile per me. Andiamo avanti un passetto alla volta. Ora spero di fare il prossimo Sei Nazioni da guardalinee, poi magari in estate o il prossimo autunno altri test-match. Ma è praticamente impossibile arrivare ai Mondiali senza avere prima arbitrato regolarmente test-match di prima fascia».

Nessun arbitro italiano l’ha mai fatto. Toccherà a Marius Mitrea rompere il tabù?