«La cultura del club più importante della tattica». Wayne Smith, i Chiefs e una certa idea di fare rugby (anche con la maglia)

anthony   2013-10-31   Comments Off on «La cultura del club più importante della tattica». Wayne Smith, i Chiefs e una certa idea di fare rugby (anche con la maglia)

Nel piccolo grande mondo del rugby la teoria dei sei gradi di separazione non funziona: bastano meno passaggi, infatti, per far incontrare l’ultimo degli amatori al capitano degli All Blacks. Tanto più se si ha la fortuna di avere qualche buon amico nel giro della palla ovale e di vivere non lontano da Treviso, che a lungo è stato un crocevia di campioni dall’emisfero sud. Capita così di ritrovarsi a chiacchierare assieme ad uno degli allenatori più vincenti e richiesti dell’intera Ovalia, con uno spriz che annulla in un attimo i 18mila chilometri (km più, km meno) fra la club house del Mogliano ed Hamilton capitale del Waikato, isola del nord della Nuova Zelanda.

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Smith a Mogliano con Umberto Casellato ed Eugenio Eugenio (foto A. Guarise)

non dimentica mai di passare da Casale sul Sile, dove giocò due stagioni (86/87 e 87/88) e dove conserva molti amici, da Piero e Massimo Cappelletto ed Eugenio Eugenio all’allora vice-presidente dei Caimani Dino Menegazzi, che oggi è appunto dirigente a Mogliano, oltre ai tanti compagni di squadra di allora nell’Eurobags e ai ragazzi allenati nel Benetton dal ’92 al ’94. Smith oggi è campione del Mondo in carica grazie al titolo vinto giusto due anni fa con gli All Blacks. Dopo aver regalato alla Nuova Zelanda – in quel 23 ottobre 2011 – il trofeo più atteso, è tornato dalle sue parti nel Waikato per provare a ricostruire i Chiefs a fianco dell’head coach Dave Rennie e del manager Stu Williams, con Wayne nel viaggio europeo di queste settimane. Risultato: due titoli consecutivi di Super XV, non proprio il torneo dei bar.

«Nel 2011 ci trovavamo praticamente a partire da zero, con alle spalle anzi una certa reputazione di squadra perdente», ha raccontato Smith a Mogliano. Spettatori interessati, con la Zebra ex Chief Brendon Leonard, dirigenti e ben quattro allenatori biancazzurri del presente e del passato prossimo: Eugenio Eugenio, Umberto Casellato, “Cocco” Mazzariol e “Kino” Properzi. «La squadra era da ricostruire, ma anche l’ambiente e perfino le strutture. All’inizio non avevamo un campo ne’ una palestra. Cominciammo gli allenamenti su un terreno per il cricket, mentre per i pesi ci arrangiammo con strumenti trovati in qualche stalla delle fattorie dei dintorni. (Come dire: dalle stalle alle stelle, ndr). E’ stata una fase decisiva, perché è in quei momenti che cominciammo a creare la cultura del club. E la voglia, la fame nascono sempre da situazioni scomode, difficili».

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Wayne Smith in maglia Eurobags Casale fronteggia il rodigino Brunello (foto tratta da All Rugby)

Il tema è fra i più affascinanti. La cultura del club non ha molto a che fare con gli aspetti tecnici del gioco, ma ne è piuttosto l’ingrediente di base. Una componente all’apparenza impalpabile, eppure in grado di fare la differenza. E’ la cultura del club che in uno sport come il rugby spinge il giocatore al sacrificio e al combattimento, alla sublimazione della fatica, ad offrire tutto se stesso per la causa comune. E’ attraverso la club culture che si fissa nelle individualità l’identità del gruppo.

Prima dell’avvento del professionismo, la cultura del club trovava fondamento in motivazioni facilmente assumibili come collettive: l’identificazione nella città e nel territorio (ad esempio nel rugby italiano dei campanili, ma rimodulabile contemporaneamente anche a livello regionale come nel caso dei Dogi), il riscatto sociale (il Galles dei minatori, su altra scala la prima Tarvisium), la rivendicazione di un’alterità storica (gallesi, scozzesi e irlandesi rispetto al dominio inglese). Spesso una miscela di tutto questo. Sempre una sorta di eredità immateriale tramandata dalle generazioni dei padri e dei nonni.

Nell’era pro tutto è diventato più difficile. Sul piano delle motivazioni gli staff devono praticare un gioco sottile, confrontandosi con atleti che cambiano maglia e che hanno un agente a curare i loro interessi personali. Non c’è una ricetta per la “costruzione” del collettivo, dell’identità, dell’appartenenza.

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Nel Waikato i Chiefs hanno adottato simboli maori

Si può pescare anche fra le umili abitudini di ieri: si dice che nello Stade Français di Max Guazzini (proprio quello del rugby paillettes) si affidasse ai giocatori il compito di tenere la propria maglia per l’intera stagione, prendersene cura, lavarla a casa. Nel Benetton Franco Smith ha condotto dal Sud Africa boero l’abitudine di pregare prima delle partite, comune anche alle squadre del Sud Pacifico. «Al di là della fede di ognuno, è un momento di raccoglimento che aiuta il gruppo a consolidare il senso di appartenenza, ci fa sentire uniti contro le avversità», spiegò l’allenatore sudafricano. Gli esempi di più forte club culture che sono oggi alla portata di mano potrebbero essere quelli del Munster, del Leicester o dello Stade Toulousain, capaci di miscelare la tradizione con le esigenze del rugby pro.

Quanto ai Chiefs, lo staff ha fatto proprio il patrimonio di simboli maori sfruttandone gli aspetti legati all’aggressività e alla tradizione guerriera (vd. anche questo articolo da Stuff.nz). Va ricordato che ilWaikato è la regione neozelandese dove vive il più alto numero di maori e dove i nativi opposero nell’Ottocento la più strenua resistenza alla colonizzazione britannica. «La cultura del club è più importante della strategia di gioco, le prime tre settimane della preparazione le dedichiamo solo a questo: a far comprendere il significato di giocare insieme, di avere sempre fame di imparare e di migliorarsi», ha spiegato Wayne Smith, «nel gruppo bisogna avere un linguaggio comune. Noi usiamo alcune parole maori, ad esempio non diciamo “difesa” ma diciamo “tainui“. Tainui è la tribù che ha lottato di più, fino alla morte, per non cedere le proprie terre ai coloni. I Chiefs vogliono essere così».

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La nuova maglia dei Chiefs

Simboli maori che riguardano anche l’emblema di appartenenza per eccellenza, la maglia. «Quei disegni lungo la nuova divisa sono importanti, hanno un significato profondo per noi», dice a proposito della nuova maglia della franchigia, presentata nei giorni scorsi e concepita assieme ad alcuni giocatori, «raffigurano i flutti del fiume Waikato, che percorre tutta la regione ed è sacro per la lotta dei capi maori, coloro che furono storicamente i “chiefs”».

Wayne Smith oggi è ricercatissimo. Lo vorrebbero la Scozia e l’Inghilterra, più diversi club europei di primo piano. Ma lui ha rinnovato con la franchigia neozelandese per andare alla caccia di uno storico “triplete” con l’amico Stu. «Il Waikato è la mia casa e il mio cuore è solo per i Chiefs».