Pericolosamente in bilico tra etica e retorica: il caso del rugby italiano degli anni Duemila. Riflessioni e spunti dall’Overtime Festival

anthony   2013-10-18   Comments Off on Pericolosamente in bilico tra etica e retorica: il caso del rugby italiano degli anni Duemila. Riflessioni e spunti dall’Overtime Festival

Un recente incontro in occasione dell’Overtime Festival, dedicato nella splendida cornice di Macerata a racconto e etica sportiva, offre lo spunto per tornare su un tema di cui molto si discute fra appassionati di rugby di vecchia data (mi annovero fra questi) e sul quale succede spesso di venire in varia misura fraintesi. Parliamo dei cosiddetti valori del nostro sport, dei suoi codici di comportamento, della superiorità “morale” che sembra caratterizzare la palla ovale rispetto alle altre discipline.

Prima annotazione di metodo. Così tanta attenzione ai c.d. valori della palla ovale è tipica dell’Italia e ha riscontro ben più blando negli paesi di maggiore tradizione rugbistica. Tale attenzione, inoltre, ha assunto i toni ridondanti di oggi da tempi piuttosto recenti: direi dall’ingresso nel Sei Nazioni nel2000, quando il rugby azzurro è stato svezzato presso il grande pubblico, ma soprattutto dal 2007, anno delle due vittorie nel torneo quando l’Italia ha conquistato per la prima volta le prime pagine dei giornali.

bloodgate

Bloodgate, quando fra realtà e immagine del rugby i conti non tornano

E’ in questo giro di stagioni che si è consumato un cambiamento di percezione radicale in uno sport che era stato da sempre riconosciuto in Italia – allo stesso modo che in Francia – come sostanzialmente regionale (Veneto più qualche altra “isola” storica, su tutte L’Aquila) e sostanzialmente violento, anzi con pericolose derive dal regolamento già molto più permissivo di oggi. Ricordiamo, per dire del caso più noto, l’impressione suscitata in tutto il pubblico generico italiano dal caso Paoletti-Monacelli nel 1976.

Ecco che il netto scarto con l’immagine attuale del rugby colpisce tutti gli appassionati di vecchia data. Agli occhi del grande pubblico il nostro sport è divenuto, oltre che occasione di mangiate e bevute pantagrueliche, la culla del fair play, della lealtà e del rispetto: verso il regolamento, l’arbitro, l’avversario. Un modello di educazione, e infatti mai come ora le mamme sono accorse felici ai campi di minirugby. Addirittura uno strumento di salvezza individuale o una via per la rigenerazione civica per il paese. Soprattutto l’antidoto al calcio e ai suoi guasti. Di certo non esiste altro sport così pronto a ribadire i propri valori, la propria diversità, il coraggio, l’orgoglio e la specchiata onestà dei suoi praticanti. Una appiccicosa melassa di retorica che qualche volta fa apparire la gente di rugby un po’ snob ed antipatica, come sottolineò un sensato intervento del baonero Luca Valdiserri sul Corriere della Sera di Roma al tempo del Sei Nazioni 2012 (qui).

E’ una narrativa che si autoalimenta. Chi governa la disciplina, sia a livello mondiale che italiano, ha bisogno di questa immagine di sport pulito ed esemplare per vendere agli sponsor il prodotto-rugby, oggi più forte che mai. Gli sponsor attuano campagne che rafforzano questa rappresentazione di grande appeal. Il pubblico diffonde slogan e citazioni che entrano nel linguaggio comune.

Ora, che il rugby possieda dei codici sì, è naturalmente vero. Il rugby è una disciplina di combattimento in cui, come nella “noble art” della boxe, bisogna menarsi con stile e con continenza, affinché lo spettacolo in campo non diventi la zuffa per un osso fra cani randagi. Ma esistono linee di confine labilissime e continuamente infrante fra la retorica e gli effettivi comportamenti, fra i codici e le loro deviazioni, fra la compostezza e le degenerazioni dentro e fuori dal campo.

Ci si è già dimenticati del bloodgate, quando gli Harlequins favorivano le sostituzioni con finti infortuni e il sangue dei film western? L’IRB pubblicizza grande campagne anti-doping, ma chi di voi ci metterebbe la mano sul fuoco di fronte alle mostruose prestazioni fisiche esibite dall’avvento del professionismo? Nel nostro piccolo mondo chi frequenta i concentramenti di minirugby sa che non tutti gli allenatori sono educatori impeccabili. E, per citare uno degli episodi più recenti, chi era sugli spalti di un recente Mogliano-Calvisano ha notato un dirigente del club lombardo, peraltro vicino all’attuale presidenza federale, accanirsi platealmente contro l’arbitro urlandogli minacciosamente«farò in modo che non arbitrerai mai più una partita!» (come è giusto e logico, questi è stato poi squalificato).

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Appassionati del Treviso celebrano prima di un derby i funerali del Petrarca (foto dalla rivista Rugby Club). Quando il tifo era soprattutto goliardia e si fischiava durante i piazzati degli avversari

Confini incerti, dunque, ed anche palesi contraddizioni. Come quella del pubblico di Monigo, assunto recentemente agli onori delle cronache come esempio di patriottismo per gli applausi rivolti alle Zebre(e che in realtà erano rivolti specialmente agli allenatori trevigiani delle Zebre). A Treviso gli spettatori si zittiscono al momento dei calci piazzati osservando un’istruzione «nello spirito del gioco del rugby»diramata all’altoparlante ad inizio di ogni partita. Ma poi regolarmente contestano rumorosamente l’arbitro, a volte in modo fin troppo vittimista, come il povero Leighton Hodges in un Benetton-Munster mentre il fischietto gallese estraeva quattro cartellini gialli contro gli ospiti e zero per Treviso. Bene, sono gli umori della piazza. Ma personalmente allora non mi indignerei neanche nel sentire i fischi durante i piazzati dell’avversario. Si è sempre fatto a Treviso e in tutti i campi del rugby italiano (presente il clima dei derby veneti dei bei tempi?), lo si fa in diversi stadi francesi e in tutto l’emisfero sud. Perché altrimenti il sedicente «spirito del gioco del rugby» ha il sapore di qualcosa di preconfezionato, artificiale, dettato dall’alto.

Insomma, il rugby non è un mondo di santi e di eroi e chiediamo – noi dentro a quelli fuori, noi di sempre ai nuovi  – di smettere di immaginarlo così. Prima che di “valori” è invece un mondo pieno di passione, di storie, di umori, di emozioni. E’ un mondo di uomini e di donne che, semplicemente, scelgono di impegnare insieme una parte della loro vita. E’ un mondo che, dal punto di vista italiano, subisce il positivo influsso della cultura sportiva anglosassone (ed è anche un approccio alla vita civica) e che comunque nel mondo mantiene ancora una misura rispetto agli interessi economici e politici in gioco, pur sempre crescenti. Il calcio questa misura l’ha perduta da un pezzo e non ha neppure alcun senso nel mettere a paragone i due sport, tanto più nel modo con cui talora ci si rivolge ai “plebei” della palla rotonda.

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Maurizio Zaffiri, capitano dell’Aquila, un esempio del legame che il rugby a volte ha con il territorio e la comunità

E’ un mondo che ha saputo qualche volta legare i territori e le comunità, dando forza ad un desiderio sociale di ascesa e di riscatto (non è un esclusiva del rugby). Nell’incontro dell’Overtime Festival dedicato alla palla ovale c’era anche Maurizio Zaffiri, capitano dell’Aquila: è per dare una mano alla sua città, ferita dal terremoto, che l’ex flanker azzurro ha deciso di rifiutare proposte più promettenti di altri club, consapevole dell’importanza dello sport-simbolo del capoluogo abruzzese in questa difficile situazione.

E’ lo “spirito del rugby”? Intanto è una storia di rugby. Riempiamoci un po’ meno la bocca di valori, di fair play, di lealtà, e di storie di rugby raccontiamone ancora, di belle e nel caso anche di brutte. Ma vere.

Ps. Un saluto ai ragazzi del Rugby Macerata e un ringraziamento per la loro piacevole accoglienza. Nata appena nel 2006, la società conta oggi un centinaio di tesserati coprendo tutte le categorie. Se non è passione questa…