I diritti dei maori e la “guerra del rugby” del 1981. Dal tour neozelandese degli Springboks le testimonianze di un inviato d’eccezione

anthony   2013-10-16   Comments Off on I diritti dei maori e la “guerra del rugby” del 1981. Dal tour neozelandese degli Springboks le testimonianze di un inviato d’eccezione

Nato nel 2007, il Blog Action Day invita bloggers di tutto il mondo a “sincronizzarsi” una volta all’anno per proporre contemporaneamente un post legato ad uno specifico tema di grande rilievo sociale. L’argomento prescelto per oggi sono i diritti umani. Rugbypeople coglie l’occasione per ricordare la vicenda del tour del Sud Africa in Nuova Zelanda nel 1981. Il confronto sportivo con la Nazionale di un paese che praticava apertamente la segregazione razziale scatenò allora una protesta di inedite proporzioni, conducendo ad una svolta la battaglia per il riconoscimento dei diritti dei maori.

hamilton

Gli scontri allo stadio di Hamilton, nella regione maori del Waikato, imposero l’annullamento del match

Le sfide contro gli Springboks erano da sempre le più sentite per gli All Blacks. Fin dagli anni Venti le serie si alternavano fra Sud Africa e Nuova Zelanda. Di volta in volta l’establishment verde-oro dettava le condizioni della presenza dei maori nelle file degli avversari, oscillando dal divieto assoluto di schierare “coloured” contro gli Springboks a formule vergognose come quella di “honorary whites” (“bianchi ad honorem”), con cui atleti nativi furono ammessi nel tour dei kiwi nel 1970. Palla ovale e ideologia della supremazia bianca erano in Sud Africa intimamente intrecciate. In Nuova Zelanda, mentre la battaglia per l’uguaglianza dei maori prendeva forza, il rugby – che era stato uno dei luoghi privilegiati per l’incontro fra etnie – divenne anche sempre più terreno di scontro, soprattutto per il suo alto valore simbolico nella società largamente rurale del paese degli All Blacks.

La pentola finì per scoppiare nel 1981. La Nuova Zelanda, che doveva ospitare il tour degli Springboks, si spaccò in due. Per il sonnolento e isolatissimo paese le proteste avevano la deflagrante carica ideale del Maggio parigino. I maori e la componente più radicale dei bianchi eredi dei coloni britannici rivendicavano una società più moderna e più giusta nei confronti non solo della etnia indigena, ma anche delle donne e di ogni possibile “diversità”.

proteste 1981 donne maori

Le donne furono protagoniste nelle dimostrazioni

Nel mondo dell’ovale italiano l’eco degli eventi giunse attraverso un osservatore d’eccezione, l’allora trentenne Vittorio Munari. Per la rivista All Rugby il padovano scrisse cronache in presa diretta che è interessante rileggere oggi perché restituiscono il clima attorno ai match della serie, peraltro di grandissimo valore e di ricche emozioni grazie a campioni già nel nostro campionato come il petrarchino Teo Stofberg, il romano Andy Haden o l’aquilano Rob Louw, o che vi approderanno come Naas Botha.

«Per la prima volta il paese ha detto no allo sport-religione dei neozelandesi», scriveva Munari nel raccontare un paese diviso.

«Molti si sono rifiutati di passar sopra ad evidenti problemi sociali solo per poter sperare di vendicare la sconfitta, immeritata, nelle “serie” disputate in Sud Africa nel ’76. L’orgoglio sportivo nazionale, il buon nome del rugby rappresentato dai giocatori dalla felce argentata sul petto, non è bastato. Problemi socio-razziali che in modo meno violento ma quotidianamente si presentano ai neozelandesi non hanno permesso, come del resto era logico, un tranquillo confronto sportivo. (…) Il rugby neozelandese ha perso nettamente agli occhi della nazione».

springbok

Manifestazioni anti-apartheid negli stadi del tour

Dire no al rugby significava in quel momento sposare la causa del movimento contro l’apartheid sudafricano e contro l’emarginazione, pur più sottile e non istituzionalizzata, dei maori in patria. E dissero no in molti.

«Un duro colpo alle strutture della Rugby Union è venuto dalle scuole. Molti insegnanti si sono rifiutati di educare i ragazzi al rugby. (…) Molto più massiccia è l’opera dei colleges di gestione religiosa che in gran numero si sono rifiutati di indirizzare al rugby i propri alunni. (…) I docenti e gli istituti religiosi sono in prima fila nelle manifestazioni anti tour. Ma non sono gli unici: molti sono i rugbisti che assolutamente non vogliono accantonare drammatici problemi per disputare 80’ di rugby con gli Springboks. Graham Mourie sino ad oggi è rimasto nella sua fattoria di Opunake. Bruce Robertson, sposato con una ragazza maori, si è dichiarato non disponibile per la nazionale. Gary Seear, tornato a casa dall’esperienza sandonatese, è stato molto prossimo a raggiungere la selezione nazionale. si è rifiutato di giocare per la provincia di Otago contro i sudafricani e partecipa alle marce di protesta a Dunedin. Le forme di protesta sono infinite; personale si licenzia perché il ristorante dove presta servizio ha in programma una cena dei sudafricani; poliziotti lasciano il lavoro».

munari going

Il giovane Munari con Syd Going

Alla fine, rientrando in macchina dall’ultimo test, il famoso match delle bombe di farina, Munari tira le somme di eventi che in Nuova Zelanda cambieranno in modo decisivo la sensibilità comune verso la questione maori e che entreranno nei musei  e nei testi scolastici.

«Si fanno i bilanci. Ecco, ad un primo sommario esame statistico, cosa è costato il tour alla Nuova Zelanda: circa 1250 arresti, inclusi i 207 dell’ultimo week-end ad Auckland; campi da rugby trasformati in fortezze, con containers e fili spinati; violenza per le strade, come mai era accaduto in Nuova Zelanda. Keith Quinn ci batte sul braccio e ci indica una scritta murale: “E tutto questo per il rugby?”».