Dagli All Blacks a Casale sul Sile, la strana storia del “clan dei neozelandesi”. Terza puntata: da Ness Toki a Hud Rickit

anthony   2013-05-09   Comments Off on Dagli All Blacks a Casale sul Sile, la strana storia del “clan dei neozelandesi”. Terza puntata: da Ness Toki a Hud Rickit

 

Chiusa l’esperienza di Ken Carrington, Il 1978/79 è per Casale l’anno di Ness Toki e Gary Rudolph.

rudolph

Gary Rudolph sfida in rimessa laterale il petrarchino Barbini

Quest’ultimo, seconda linea, andrà poi a Paese: quella degli stranieri cominciava ad essere un po’ una moda nel rugby italiano. Si rivela un giocatore piuttosto modesto, ma comunque utile. Viene soprannominato “Cina” per gli occhi vagamente a mandorla.

Il terza linea maori Toki finisce suo malgrado al centro di un caso che fa molto discutere. Alla sua seconda partita con la maglia della Tegolaia, a Casale contro il Catania, viene colpito alla testa da un calcio di un avversario lontano dalla palla, finendo in ospedale.

Rimarrà fuori a lungo, essendo costretto a sottoporsi a continui esami. Al rientro contro il Petrarca sarà l’arbitro Bruno Tavelli  ad imporgli prudenzialmente di uscire dal campo, mentre intanto sui giornali continuavano le polemiche sul vile gesto del catanese Franco Di Maura, ripreso da un filmato di una televisione privata e comunque squalificato per 15 giornate, e quindi automaticamente per l’intero campionato.

ness toki

Ness Toki in ospedale dopo l’incidente

La vicenda avrà strascichi anche in tribunale. Per la Tegolaia, rinforzato quell’anno anche dal globetrotter Toni Rocca (veneziano come Renzo Ganzerla), il campionato si conclude in ogni caso con una salvezza tranquilla. Ma Toki non serberà certo un buon ricordo dell’esperienza italiana.

La stagione seguente vede l’arrivo di un altro saltatore, Rickit, e di una terza linea, Richard Borich. Immediatamente ribattezzato in dialetto “Buricio”, giocherà pochissimo. La squadra naviga in bassa classifica ma sembra in grado di salvarsi. Negli ultimi turni però risale il Parma e i Caimani si ritrovano a giocare proprio sul campo di Alessandro Ghini e compagni l’ultima decisiva partita. Perdono 11-9 e vengono così sorpassati dallo stesso Parma in classifica, retrocedendo assieme al Torino. Ironia della sorte, in quell’anno il Casale vince lo scudetto riserve alle spese dei cugini di Treviso.

richard borich

RIchard Borich

Haydn “Hud” Rickit (ma il cognome compare spesso scritto Rickett o Ricket anche in fonti neozelandesi), di mestiere elettricista, era una seconda linea di 2 metri e 03 che conobbe il momento migliore della sua carriera al ritorno in patria dopo l’esperienza a Casale. Nella sfida per la conquista del Ranfurly Shield fra il suo Waikato e Auckland, in rimessa laterale cancellò dal campo Andy Haden. Per due partite nel 1981 prese in extremis proprio il posto negli All Blacks di Haden, squalificato per una rissa con Gary Whetton in un incontro di club.

Si legò poi anche al piccolo ma prestigioso club del Belfast, a Christchurch, lo stesso di altre conoscenze del rugby italiano come Billy Bush, Wayne Smith e Craig Green (per quel complesso rapporto fra vertice e base del rugby neozelandese, con la maglia del Belfast ha esordito nel rugby union anche Sonny Bill Williams).

Un paio di curiosità. Rickit è ricordato per essere l’unico All Black della storia a non avere mai vestito la maglia nera: in occasione delle sue due presenze, entrambe contro la Scozia, la Nuova Zelanda si presentava infatti in divisa bianca. Nel 1974 aveva anche disputato un match contro gli All Blacks, vestendo la maglia del Queensland australiano, mentre in Europa Rickit ha giocato anche per i londinesiWasps.

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Haydn “Hud” Rickit

Al di là delle prestazioni sul campo, Rickit a Casale impressionò per le capacità di formidabile bevitore, come e forse ancor più di altri kiwis approdati sulle rive del Sile (e non è che fosse un ambiente di astemi facilmente impressionabili…). Come spesso i neozelandesi, che i britannici definivano infatti “unsmiling giants”, era rustico, solitario e introverso, e la barriera della lingua certo non aiutava. Rickit non si muoveva mai per una trasferta senza una cassa personale di lattine di birre.

«Terminata la sua scorta, Hud andava a caccia di altre birre dai compagni e aveva escogitato un sistema infallibile», racconta l’allenatore Eugenio Eugenio, casalese doc, «pur essendo giovane, portava la dentiera. Dove c’era un boccale pieno di birra, lui si avvicinava, estraeva la dentiera e ce la buttava dentro. E chi avrebbe più bevuto? Cosí Hud si riprendeva la dentiera e si scolava la birra». Era un altro rugby e loro, neozelandesi, venivano da un altro mondo.