“Mar del Plata” di Claudio Fava, l’emozionante racconto della squadra di desaparecidos (ma con qualche svarione sul rugby)

anthony   2013-04-11   Comments Off on “Mar del Plata” di Claudio Fava, l’emozionante racconto della squadra di desaparecidos (ma con qualche svarione sul rugby)

«Avete vent’anni. Vi ammazzano perché non conoscono i vostri pensieri e questo li fa impazzire».

Per un istante Raul ebbe la tentazione di afferrare il mister, di fargli capire che gli avrebbe potuto spaccare la faccia perché vent’anni servono anche a questo. (…)

«Vattene via anche tu, Raul, lascia il Paese» gli disse Passarella. «Dillo agli altri ragazzi, dovete accettare quell’invito…».

«Sei solo un vecchio, mister. Noi restiamo, sei tu che scappi».

Fra i molti volumi di tema rugbistico che sono andati ad affollare gli scaffali delle librerie negli ultimi mesi, “Mar del Plata” rappresenta un caso a sé. Uscito a marzo, è stato subito accompagnato da grandi attenzioni nei media nazionali: il siciliano Claudio Fava, figlio di un cronista vittima della mafia, è infatti un noto protagonista della politica italiana, ma soprattutto giornalista e sceneggiatore per la televisione, il teatro e il cinema (I cento passi con Marco Tullio Giordana). Quindi non una firma più o meno specializzata, ma un solido e maturo autore “prestato” al rugby.

Claudio Fava

Claudio Fava, “Mar del Plata”, Add Editore, 127 pagine, 13 euro

Una situazione ancora inedita in Italia quanto alla letteratura – a teatro c’è il precedente di Marco Paolini – e decisamente promettente, perché è proprio da incursioni esterne che sono nati splendidi libri sullo sport: come Damned United di David Peace (su Clough) o Correre di Jean Echenoz (su Zàtopek), e per stare al rugby Il libro della gloria del neozelandese Lloyd Jones (di cui si consiglia anche “Mister Pip”) e Rugby Blues di Denis Tillinac (del francese anche un libriccino molto intrigante su Simenon).

“Mar del Plata” si rivela in effetti un racconto emozionante e ben scritto. Si tratta della dramatization di un fatto piuttosto noto, la tragica fine di un gruppo di giovani, rugbisti per passatempo, nell’Argentina della dittatura, quando le forze poliziesche mettevano in atto con i mezzi più crudeli lo sterminio di oltre 30.000 oppositori.

Il testo di Fava ruota attorno al dilemma delle scelte di fronte ad una spietata realtà totalitaria. Quella dei ragazzi di “Mar del Plata” è anzi la domanda più radicale possibile: resistere o sopravvivere.

La scelta che si impone si staglia sulla gioia regalata dallo sport, sulla fame di vita della gioventù, ma anche sulla zona grigia di coloro che volgono lo sguardo altrove e sulla banalità del male di esecutori (l’aguzzino esecutore di ordini è qui forse fin troppo vignettistico: “il naso adunco ficcato in quel faccino da studente segaiolo, il tono di voce querulo e sgraziato, il colletto dell’impermeabile unto”).

Di fronte a questo furto di giovinezza e di libertà, una rabbia sdegnata percorre tutto il racconto. Fava parla di Argentina e di desaparecidos per parlare di Sicilia e di mafia. In questo senso sa dare alla vicenda, e al rugby, un respiro di universalità di cui non sono capaci libri di autori specializzati. E c’è in “Mar del Plata” anche un forte tensione narrativa e una certa ricerca linguistica, con il sapore di certi sicilianismi (senza arrivare al pastiche di Camilleri).

Teresa indicò il quadernetto rosso sulla tavola, tra i piatti sporchi della cena e due bottiglie di birra vuote. Raul le aveva raccontato del cimitero, la faccia tumefatta dal dolore della madre di Javier, le parole sbrigative del parino, chissà se gliel’avevano spiegato come l’hanno ammazzato il mio amico, pensava. Pareva che a Raul quel prete tisi come uno stoccafisso l’avesse offeso più degli assassini del Mono. (pag. 41).

Quanto al rugby, Fava vi proietta uno sguardo appassionato e attento, godendo probabilmente di quella giusta distanza per apprezzare i piccoli dettagli che sfuggono appiattiti nella quotidianità. Ma c’è uno scotto da pagare. Le situazioni di rugby giocato spesso sono poco credibili.

La seven di La Plata protagonista della vicenda

La seven di La Plata protagonista della vicenda (Raul Barandiaran è il primo degli accosciati)

Classico difetto riscontrabile negli autori “in prestito”: erano inverosimili, ad esempio, le scene sul campo girate per Invictus dall’americano Clint Eastwood. Restando al cinema, all’estremo opposto si collocano i bellissimi fotogrammi di rugby a XIII di This sporting life dell’inglese Lindsay Anderson, sceneggiato da un ex giocatore professionista (David Storey, autore del libro) e che non a caso erano interpretate dall’irlandese Richard Harris, ex Munster e Garryowen.

Di fatto, a chi ha dimestichezza con questo sport ci sono passaggi di “Mar del Plata” che suonano un po’ come stonature. Ci sono mete in cui l’ovale non viene schiacciato, drop che non si capisce bene dove finiscano. E un allenatore chiamato molto calcisticamente “mister”.

Arrivò sulla linea di fondocampo, diede un morso alla palla e la lasciò cadere a terra come una cosa improvvisamente inutile: era il suo modo di dire che si sentiva sazio. Quattro punti che chiudevano una partita senza misericordia, sei mete di distacco. (pag. 7)

Il Turco obbedì, provò un drop, il pallone viaggiò alto, s’inerpicò fra una selva di mani, l’abbrancò Otilio e filò verso la meta ma a due metri dalla linea di fondo una tenaglia di braccia gli si strinse attorno alle gambe: Raul e Santiago l’avevano placcato. (pag. 27)

Qualche stonatura anche quanto all’aderenza alla realtà dei fatti. La più evidente incongruenza – immediatamente saltata all’occhio degli amici argentini – riguarda proprio il nome Mar del Plata, perché “los rugbiers desaparecidos” non sono una squadra di Mar del Plata ma di La Plata, i Canarios dalla maglia gialloblù. Può essere una scelta di Fava, che invero una volta cita proprio il RCLP e precisa in postfazione che “questo libro non vuole raccontare i fatti”.

Ho preferito immaginare i pensieri e i gesti di quei ragazzi che scelsero di restare e di morire. (…) Il nome di Raul, il sopravvissuto, l’ho conservato. Gli altri, carnefici e vittime, li ho ribattezzati. (…) Perchè alla fine poco importa che quei ragazzi fossero argentini o siciliani. Importa come vissero. E come seppero dire di no.

Tuttavia Mar del Plata e La Plata non è che siano proprio la stessa cosa e distano circa 300 chilometri l’una dall’altra. E’ poco probabile – anche se non impossibile – che potessero esserci incontri con squadre di Còrdoba, poiché in Argentina le competizioni sono state a lungo a carattere regionale. Ma soprattutto è del tutto improbabile che un giocatore potesse avere dei soldi di ingaggio, visto il carattere autenticamente amatoriale del rugby nel paese. Ed è anche parecchio poco probabile che la palla ovale fosse anche solo un opzione per ragazzini delle classi povere, visto che in Argentina il nostro sport è stato per molto tempo una pratica riservata alle classi borghesi medio-alte (lo stesso Ernesto Guevara proveniva da una famiglia agiata) e ai loro elitari club polisportivi.

Leggeri slittamenti dalla realtà, certamente perdonabili, che tuttavia fanno perdere al testo un po’ di autenticità. Ciò che non succedeva in Damned United né in Il libro della gloria, che dietro avevano l’impalcatura di un rigoroso lavoro sulle fonti.