Simone Favaro, il figliol prodigo. Protagonista nel Benetton, adesso il Sei Nazioni azzurro: «Ormai alla pari con qualsiasi avversario»

anthony   2013-01-18   Comments Off on Simone Favaro, il figliol prodigo. Protagonista nel Benetton, adesso il Sei Nazioni azzurro: «Ormai alla pari con qualsiasi avversario»

Simone Favaro a Treviso lo conoscevano già tutti. Eppure chi avrebbe scommesso che il flanker di Zero Branco avrebbe conquistato il posto da titolare fin dal primo match ufficiale in maglia biancoverde, in un reparto di terza linea affollatissimo? Favaro invece è una delle sorprese della stagione del Benetton: già 14 partite giocate finora fra Pro12 ed Heineken Cup, di cui 9 nel XV di partenza, due cartellini gialli ma anche una valanga di placcaggi e una grinta inesauribile che l’hanno reso presto uno dei più amati dal pubblico di Monigo.

RaboDirect PRO12, Thomond Park, Co. Limerick 7/9/2012 Munster vs Treviso Munster's Doug Howlett scores the first try despite the attenions of Treviso's Simone Favaro Mandatory Credit ©INPHO/Morgan Treacy *** Local Caption ***

Favaro prova a fermare Howlett in Munster-Benetton

«Finora è una bella annata, sono contento ma allo stesso tempo credo che il meglio per il Benetton debba ancora arrivare», spiega Favaro, «stiamo crescendo molto e avremmo potuto vincere di più, nella seconda parte della stagione e magari nella prossima riusciremo a levarci delle belle soddisfazioni. Ambientarmi nella nuova squadra è stato facile, in fondo c’era già un’amicizia con molti ragazzi con i quali avevamo condiviso parecchio tempo in Nazionale. Placcare è ciò che so fare meglio e che più mi piace. Paura non ne ho, altrimenti avrei sbagliato sport. In campo non temo niente, nessun avversario, invece nella vita a volte mi fanno paura il futuro, le incognite che il destino può riservarti»

Come mai nel 2008 hai lasciato Treviso? «Avevo solo 19 anni e allora non ci ho capito molto. Fra la società e il mio procuratore (Giorgio Sgorlon, ndr) il dialogo non era facile e scelsi così di andare a Rovigo. Non sono pentito, forse lo rifarei: a Rovigo trovai un ambiente molto critico ma pronto ad entusiasmarsi, e disputammo un grande campionato riempendo spesso il Battaglini. Dopo la parentesi diParma, mi sono trovato bene anche a Viadana, dove mi hanno dato la possibilità di compiere il mio lungo recupero in seguito all’operazione ai crociati. La scorsa estate, quando c’è stato il caos degliAironi, si era prospettata l’ipotesi di un ritorno a Treviso ed ho colto l’occasione al volo. Ovviamente vestire la maglia della squadra della tua città ti dà una carica in più, inoltre è il club dove ho cominciato, a nove anni attraverso il reclutamento scolastico con il “prof” Gianni Bugno. La società è seria e professionale, è la situazione migliore per crescere come atleta».

Ci sono dei giocatori che ammiravi quando hai cominciato e che sono stati degli esempi per te? «Delle stelle mi piacevano Magne e Betsen, in Italia Mauro Bergamasco. Poi quando arrivai in giovanile e ormai nel giro della prima squadra, il riferimento era Silvio Orlando, sia perchè era il capitano sia perchè era una terza come me e in campo dimostrava un gran carattere. Oggi come oggi credo che Sergio Parisse sia davvero un giocatore di un altro livello. Me ne rendo conto quando in allenamento mi trovo a difendere su di lui: ci vogliono dieci occhi perchè è imprevedibile, può eseguire qualsiasi soluzione di attacco, da correre a passare ma anche perfino calciare».

Qual è l’avversario diretto che più ti ha messo in difficoltà? «In Italia-Sud Africa ad Udine mi superò sistematicamente nell’uno-contro-uno Heinrich Brussow, che è pure un nanetto per essere uno Springbok. Personalmente una giornata da dimenticare, anche perchè ad inizio partita commisi una sciocchezza che mi costò il cartellino giallo».

Forse l’indisciplina è il tuo più grosso difetto. «Eh, mi sono fatto una pessima reputazione… So che sulla disciplina devo ancora lavorare. In verità qualche piccola scorrettezza la commettono tutti i migliori nel mio ruolo, cioè la terza linea “fetcher” che rompe le scatole nei raggruppamenti. Devo imparare ad essere più mestierante e a non compiere gesti troppi evidenti, sono dettagli che arrivano anche con l’esperienza».

Con la maglia della Nazionale azzurra

Con la maglia della Nazionale azzurra

Cosa ti aspetti dal Sei Nazioni che sta per cominciare? «Credo che l’Italia sia ormai davvero in grado di scendere in campo pensando a vincere e non più a perdere con onore. Ognuno nell’Italia è cresciuto individualmente e ora sa che può affrontare il proprio avversario diretto alla pari. Io sono lì per giocarmi il posto, so bene che in terza linea Parisse e Ale Zanni sono inamovibili e che ci sono anche Bob Barbieri e tutti gli altri. Ma sono pronto a dare il massimo anche se dovessi disputare solo dieci minuti. La maglia azzurra va onorata, è una responsabilità nei confronti dei tifosi che ci seguono da tutta Italia».

Il calendario vi riserva la trasferta in Scozia già al secondo turno. Non è che le scelte contro la Francia saranno già orientate a Scozia-Italia, che è sempre il match da vincere nel Sei Nazioni? «C’è solo una partita da vincere: la prossima. No, niente calcoli. Oggi possiamo battere qualsiasi avversario».

Confermata per il raduno l’accoppiata in camera Pavanello-Favaro? «Confermata, ormai siamo inseparabili. Non è più una camera: Pavanello-Favaro è LA camera del raduno».

Se non fossi diventato un rugbista, cosa avresti fatto nella vita? «Da bambino dicevo che avrei voluto fare il veterinario, perchè amavo molto gli animali. In famiglia sono tutti “baoneri” e fin da bambino mi hanno trasmesso la passione per il calcio, che ho ancora (tifa per il Milan, ndr). Se avessi continuato con il calcio magari sarei stato un terzinaccio da marcatura ad uomo, di quelli che entrano in scivolata sugli stinchi, però si vedeva subito che non avevo il talento dei miei fratelli Davide e Alessandro. Sono stato fortunato ad arrivare al rugby, in fin dei conti vengo pagato per fare ciò che più mi piace».