Treviso e il gioco di movimento di Tolosa, storia di un amore (e di fraintendimenti). Alla scoperta con Munari dei modelli biancoverdi

anthony   2012-10-12   Comments Off on Treviso e il gioco di movimento di Tolosa, storia di un amore (e di fraintendimenti). Alla scoperta con Munari dei modelli biancoverdi

Lo Stade Toulousain che Monigo ospita sabato prossimo, nel secondo turno di Heineken Cup, non è per il Benetton un avversario qualsiasi. E’ nel capoluogo del Midi-Pyrénées che la squadra biancoverde disputò nel 1995 la prima partita ufficiale all’estero, in un match rimasto nella memoria di molti come un’epica impresa (pur senza il lieto fine del successo).

toulouse coppa europa

1995, Tolosa gioca contro i romeni del Farul Costanza
la prima partita in assoluto di Coppa Europa

Soprattutto è alla scuola tecnica di Tolosa, per il tramite di Pierre Villepreux (a Treviso nel 1991-92), che il club ha ispirato il proprio gioco dalla fine degli anni Ottanta fino oltre il passaggio del millennio, quando l’avvento di Vittorio Munari nel 2002 avrebbe impresso una decisa svolta nellavision dell’ambiente trevigiano.

Sintetizzato nella formula di “rugby di movimento”, il modello predicato da Villepreux e dai suoi seguaci prevedeva la ricerca della continuità con incessanti passaggi e con il superamento dei ruoli tradizionali, anche a costo della rinuncia ad un fondamentale come il mantenimento programmatico del possesso. Un rugby che richiedeva la partecipazione di ognuno dei quindici in campo e che metteva al centro di tutto la trasmissione del pallone, esaltando lo spirito di intraprendenza del giocatore. Più che una proposta di gioco si trattava quasi di una filosofia new age, quale solo i colti e intellettuali allenatori francesi avrebbero potuto concepire.

Anche se poi il pragmatismo anglosassone e il gioco strutturato si sono inesorabilmente imposti, Treviso e molta parte del rugby italiano subirono a lungo il fascino di quell’idea targata Toulouse. «Il metodo globale di Villepreux era un’idea straordinaria, ma in Italia venne fraintesa e gli allenatori che la portarono avanti finirono invece per fare un gran casino», spiega Munari, che con il cosiddetto gioco di movimento non ha invece mai flirtato. Il tecnico padovano rappresentò anzi proprio l’anti-Treviso, con un Petrarca saldamente ancorato alla mischia e sempre pronto a calciare lontano la palla, dando agli avversari la responsabilità di attaccare. «Per praticare il rugby di movimento servivano giocatori con adeguate capacità tecniche, che in Italia non avevamo allora e continuiamo a non avere oggi. Certe competenze andrebbero insegnate a livello giovanile, come succede nei paesi rugbisticamente evoluti, e il nostro movimento non è in grado di farlo. Anche il miglior ventenne italiano ha dei seri limiti nel prendere parte al gioco collettivo. E  comunque intendiamoci: il modello di Villepreux era già superato nel ’95. Ancora nel ’99 la Francia batte gli All Blacks applicando l’idea che l’attaccante possa “interpretare” personalmente, ma è già arrivato Rod McQueen con il suo rugby a fasi sequenziali con cui l’Australia vince il Mondiale».

Lo Stade Toulousain-Benetton della prima Coppa Europa, nel ’95, fu così vissuto dai biancoverdi come una sorta di visita degli allievi al collegio dove i maestri tenevano lezione. La competizione continentale che più tardi diventerà la Heineken Cup si abbozzava allora anche su impulso del club francese, che negli anni Ottanta aveva già compiuto a Tolosa gli incerti esperimenti del Masters.

villepreux coste

“Pierrot” Villepreux e Georges Coste

Probabilmente i francesi snobbarono l’impegno, risparmiando qualcuno degli uomini migliori. Il XV rossonero poteva comunque contare sulle qualità di trequarti come Emile Ntamack eThomas Castagneide e su un pack ruvidissimo, al quale rendevano onorato servizio anche i prestantiMiorin e Portolan, discendenti dell’emigrazione contadina veneto-friulana nel sudovest francese (non giocò Cigagna). Superato l’iniziale timore reverenziale, il Benetton scoprì di potersela giocare alla pari. Al cambio di campo era addirittura in vantaggio 9-6. La sfida si concluse senza mete, alla faccia del rugby di movimento e del “jeu du main jeu de toulousain”. Michael Lynagh firmò un drop e due piazzati per Treviso, un po’ meglio fecero i francesi con un drop e 5 piazzati di Christophe Deylaud. Score finale 18-9.

Dei protagonisti di quella partita solo un paio sono oggi ancora nell’ambiente di Treviso, l’allora capitano Ciccio Grespan che dirige il settore giovanile della Ghirada e l’allenatore Gianni Zanon, tecnico nelle giovanili. Un altro paio – Troncon e Checchinato – si sono ritagliati una posizione in Fir una volta chiusa la carriera di giocatori, ma sono ora sul fronte opposto della trincea rispetto al Benetton non essendo possibile una convivenza con Munari. Qualcuno ha preso altre strade, allontanandosi da Treviso e talora anche dal rugby. Ivan non c’è più. Aveva un cuore grande e matto, che  una notte di quasi 13 anni ce lo portò via come fosse uno scherzo, il più crudele degli scherzi.

Quello che gioca ogni fine settimana contro avversari europei, in Pro12 e in Heineken Cup, è un altro Benetton, composto di professionisti che guadagnano e si allenano di più e si divertono un po’ di meno. Il modello di Treviso non è più Tolosa ma forse i Saracens o i Cheetahs. Munari: «Con l’arrivo del professionismo è cambiato proprio tutto, lo stesso Tolosa di Guy Novès non ha più nulla a che vedere con il Tolosa di Villepreux. Se per Villepreux la mischia era “solo un modo per riprendere il gioco” ora tutti sanno che resta fondamentale vincere la battaglia dei primi cinque uomini. Visto Tolosa-Leicester di domenica scorsa? Noi a Treviso oggi non abbiamo un vero e proprio modello. Come club la nostra cultura prevede un ambiente il più possibile sereno per i giocatori, che si possono riconoscere in una guida stabile e responsabile. Nel gioco puntiamo a far toccare tanti palloni a tanti giocatori, di modo da far crescere la loro confidenza e le loro competenze. Resta il fatto che la sfida per potersi battere alla pari contro i club europei resta durissima. E lo sarà sempre più, fintanto che non potremo attingere a giovani adeguatamente formati per il naturale ricambio della squadra».